Presentazione del libro “Sopravvivere a Sarajevo”

Giovedì 31 maggio alle 21.00 presso il Polski Kot (Via Massena 19/a, Torino)

Presentazione del libro
“SOPRAVVIVERE A SARAJEVO. Testimonianze di cittadini nella Sarajevo assediata (1992-96)”, di Bébèrt Edizioni

Con Matteo Pioppi (curatore della pubblicazione, Bèbèrt Ed.)
Alfredo Sasso (storico, Most Associazione)
Donatella Sasso (storica, Istituto Salvemini)
Chiara Milan (politologa, Scuola Nazionale Superiore Firenze / East Journal)

Un evento di MOST Associazione in collaborazione con Polski Kot e East Journal

Sopravvivere a Sarajevo è pubblicato dalla collana International di Bébert Edizioni. Il libro è la traduzione italiana dell’opera The Art of Survival, parte di un ampio progetto culturale del gruppo di artisti bosniaci FAMA Collection, teso a costruire una vastissima raccolta di fonti, testimonianze e documentazioni sull’assedio subito da Sarajevo tra il 1992 e il 1996, durante la guerra in ex-Jugoslavia.
FAMA ha dato vita a un vero e proprio museo multimediale, a diverse mostre e pubblicazioni, tra cui l’ormai leggendaria guida Sarajevo: Survival Guide, redatta e pubblicata in pieno assedio, nel 1994.

Sopravvivere a Sarajevo fa seguito proprio a quella pubblicazione: qui le voci delle presone raccontano in modo semplice e disarmante le loro strategie per continuare a mangiare, dormire, vivere, scegliendo la cultura come arma di resistenza.
Grazie alla straordinaria documentazione arricchita da foto dell’epoca e illustrazioni, il libro ci proietta nella vita di tutti i giorni di una città che si trova in uno stato di eccezione permanente: 1.395 giorni passati senza luce, acqua e gas, il più lungo assedio della storia contemporanea. I serbi guidati da Mladić e Karadžić dalle colline attorno alla città puntano su Sarajevo 260 carri armati e 120 mortai: un confine di 60 chilometri che conta 35 pezzi di artiglieria per ogni chilometro. Nella seconda guerra mondiale l’Armata rossa alle porte di Berlino ne contava 25.

In questo scenario, ingegno, fantasia e condivisione diventano dei beni primari, e sopravvivere una vera e propria arte. Ecco che un barattolo di fagioli si trasforma in un fornello, un riflettore da palcoscenico in una stufa, gli aiuti umanitari dell’Onu sono gli ingredienti fondamentali di nuove ricette a base di erbe spontanee e l’olio da cucina un ottimo carburante con cui avviare vecchie Golf. Il tutto sotto l’occhio chirurgico dei cecchini che trasformano gli spostamenti in città in pericolose gare ad ostacoli in cui la posta in gioco è la vita stessa. In questo contesto, fare cultura diventa una vera e propria forma di resistenza, dalle università ai musei, passando per installazioni urbane e performance teatrali, la città continua a vivere un fermento che non si piega nemmeno davanti alla distruzione della sua famosa biblioteca.

Ciò che emerge in maniera dirompente dalla lettura di Sopravvivere a Sarajevo è come la cultura sia fondamentale quanto il pane e l’acqua, come uno spettacolo di teatro, un concerto, un incontro per parlare di cinema siano state ancore fondamentali per la sopravvivenza psicologica di persone annientate in una trappola fisica e mentale.
Le voci di questo testo ci raccontano la forza dell’azione umana, mostrandoci come nei conflitti l’unica possibilità di sopravvivenza sia la costruzione di una comunità che trae linfa vitale dalla creatività e dalla resistenza culturale.
Sopravvivere a Sarajevo costituisce un archivio del futuro, un monito al tempo presente sulla pericolosità dei nazionalismi, una questione oggi più che mai al centro degli equilibri europei: portare avanti la memoria di quelle carneficine è solo uno dei tanti modi per combatterli e prevenirne la degenerazione.

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